Ciao pa', ciao Lu'


Pensieri, parole, ricordi.
Ricordando Lullu.
In silenzio piano piano...
Carmelo era un bambino di poco più di sei, sette anni quando decise, malgrado suo, di farsi seriamente male. Oh meglio, non fu una scelta deliberata, poiché quel giorno poteva benissimo fare quello che tutti i bambini della sua età fanno dopo la fine dell'anno scolastico: Giocare, giocare e giocare. No, lui quella mattina volle sfidare la fortuna che proprio quel giorno aveva aperto entrambi gli occhi puntando lo sguardo benevolo dritto sulla sua faccia e su quella di suo papà, salvandoli dalle conseguenze di una tragedia che di lì a poco si sarebbe consumata. Quella mattina Carmelo uscì presto da casa, la mamma era da poco partita per il Continente, e stare a casa tutta la mattina a fare i dispetti alla nonna non era nei suoi programmi. Andare in officina dal papà, quello era il suo programma mattutino: Vado a "lavorare", come usava dire, dandosi quel pizzico di autostima che lo elevava a uomo fatto. Salutò la nonna e uscì di casa sbattendo forte la porta, come se avesse paura che dalla tromba delle scale una voce nemica lo richiamasse su a terminare la scodella di latte che non era riuscito a finire. Attraversò Viale Madonna delle Grazie, passò il convento delle suore del Boccone del Povero e giù verso la Chiesa del Carmelo e verso Corso Garibaldi. In Piazza Marconi dovette scansare la lambretta di Lu zi Ciccio carica di pesce fresco, che si era messa di traverso ostacolando l'ingresso di Via Washington, tanto era la voglia di arrivare prima possibile da suo padre.  Salutò Lu zi Ntonio che era uscito dalla merceria, attirato dal vociare colorito del pescivendolo, abbottonandosi lo stretto camice grigio e soffiandosi il piccolo naso arrossato dall'eterno freddo e dall'odore pungente delle spezie che stagnavano all'interno del suo negozio. Salutò Lu zi Vicienzu che appoggiato allo stipite della porta dell'officina apriva dall'incarto una mafalda con la giugiulena e la provolina. Entrò in officina. Poco più alto di una spalliera d'uva si credeva già un mastro, cosa che metteva in ansia papà e che faceva masticare amaro Lu zi Vicienzu che non lo perdeva di vista un attimo. Si sa che all'interno di una officina di fabbro, "dove ti giri giri" il pericolo è sempre in agguato, e se ciò era vero per uno come papà che lo faceva per mestiere da una vita intera, figuriamoci per uno che ancora non aveva nemmeno un pelo di barba, puzzava di latte ed era alto come la base del trapano fisso che stava appoggiato al muro di fronte alla sega circolare. Quella mattina Carmelo si era fissato a fare due buchi su una lastra di ferro lunga poco più di quaranta centimetri. Su quella barra di ferro doveva montare una mola a manovella. Non era la prima volta che utilizzava il trapano, ma lo aveva sempre fatto con l'aiuto di papà. Questa volta i buchi sulla lastra di ferro li fece da solo, o meglio il primo buco lo fece da solo ma con lo sguardo attento di papà, il secondo....
Papà si era spostato dalla postazione del trapano giusto il tempo per prendere il metro dal bancone vicino, quando Carmelo con una mano spingeva la sbarra di ferro sulla base del trapano, l'altra mano sul manubrio azionava la discesa della punta già in velocità. Un attimo, una frazione di secondo, appena il tempo in cui papà Lullo si era girato a guardare Carmelo, che la tragedia era compiuta. Quando la punta del trapano pizzicò la sbarra di ferro, questa girò vorticosamente lacerando per intero la cornea dell'occhio destro, lasciando la pupilla libera di vedere il terrore negli occhi di papà e dello zi Vicienzu. L'uno si buttò su di me allontanandomi dal trapano, mentre l'altro si affrettava a staccare la corrente al maledetto trapano. Il sangue, la cecità, le urla di mio padre...  Papà mi abbracciò forte, mi diede coraggio, piangeva e io con lui.  L'unica cosa che seppi dire: Non ho tenuto la sbarra di ferro, non ho tenuto la sbarra. Papà! Lo abbracciai forte, poi il dolore e la cecità, il gusto dolciastro del sangue... Non ricordo cosa successe poi. Ricordo tanti giorni all’Ospedale di Agrigento, ricordo mio papà e poi mia mamma che arrivata dal Continente mi abbracciava forte. Ciao papà, so ci sei sempre quando ti chiamo.
Carmelo 19/03/2024

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