Tre mandarine e un mondo intero...

TRE MANDARINI E UN MONDO INTERO...
Introduzione
Ci sono ricordi che non hanno bisogno di grandi eventi per restare impressi: bastano un gesto semplice, un profumo, una tradizione che si ripete ogni anno. Le feste di una volta erano fatte così: povere di cose, ma ricche di significato. In un tempo in cui le lire erano poche e i desideri tanti, un mandarino poteva valere più di una moneta, perché portava con sé il calore di una mano che lo offriva e l’affetto di chi, pur avendo poco, trovava sempre qualcosa da donare.  
Questo racconto nasce da quella ricchezza nascosta nelle piccole cose, da quel mondo intero racchiuso in tre mandarini.

                                        °°°
Ora accadde che tanti anni fa — ma tanti, tanti anni fa — vi era l’usanza, nei giorni di festa, da parte di noi bambini, di fare visita ai parenti per scambiare gli auguri di rito: auguri di buon Natale, zio; auguri di buon Anno, zia; auguri di buona Pasqua, nonna.  
In verità, per noi bambini lo scambio di auguri era un pretesto per arrotondare quella che era già una misera paghetta; termine alquanto moderno, considerando che negli anni Sessanta la “paghetta”, almeno a casa mia, non era un termine usuale, anzi oserei dire sconosciuto.
Quella era la vera festa, e uno dei modi per onorarla era il giro dei parenti: un vero e proprio rito che iniziava subito dopo la fine della Santa Messa.  
Finita la Santa Messa, quando ancora nelle orecchie risuonavano le ultime note dell’organo e nel cuore restava il calore della benedizione, si avvertiva quel senso di festa che nasce prima di tutto dallo spirito: la consapevolezza che il giorno santo non è solo un appuntamento sul calendario, ma un dono, un tempo diverso, in cui ci si sente più uniti a Dio e agli altri.  
Il giro si protraeva sino a mezzogiorno inoltrato.
Si sa che nei giorni di festa il cuore è predisposto ad aprirsi, perché la memoria dei gesti antichi, delle tradizioni e degli affetti lo rende più permeabile alla tenerezza e alla generosità, così come il borsellino è pronto a schiudere le valve e liberare quelle poche lire messe lì di proposito per tali occasioni.  
Almeno questo era il nostro sospetto, così come fondato era il sospetto che avevano i parenti nei nostri confronti.  
Era un gioco antico, una piccola consuetudine di famiglia, fatto più di affetto che di furbizia: una danza di abitudini e sorrisi, che ogni anno si ripeteva uguale, con noi bambini pronti a bussare e i parenti già preparati ad accoglierci, come se quel gesto semplice fosse il modo più naturale per volersi bene.
Successe che quel primo gennaio della fine degli anni Sessanta, io e tutti i miei fratelli, finita la Santa Messa, ci trovammo d’accordo di andare a salutare la numerosa schiera di parenti, da quelli più vicini sino ai parenti di grado non ben definito. Decidemmo però di non andare tutti insieme, come si faceva di solito, ma di andarci separatamente. Ci dividemmo i parenti e stabilimmo la rotazione delle visite.  
Alla fine del giro ci saremmo ritrovati davanti alla lunga inferriata verde che delimita la strada davanti a casa nostra, ognuno con il proprio ricavato, democraticamente. Li rividi solo a casa.
Ora, non sto a raccontarvi cosa capitò agli altri fratelli, ma sicuramente la loro avventura alla ricerca di qualche spicciolo fu diversa dalla mia…
Suonato il campanello, la zia Ippolita si affacciò alla piccola finestrella che dava sul portone d’ingresso e, con la mano, mi fece segno di salire. Salii a fatica le strette scale che portavano al piano superiore, arrampicandomi al lungo corrimano di ferro. Entrai nel soggiorno semibuio e mi sedetti sulla sedia sfondata posta accanto al letto.  
Un odore di chiuso, misto al tanfo del braciere posto al centro della sala, ammorbava tutta l’aria.
La zia Ippolita si avvicinò, mi diede un bacio e, prendendo la borsa dal comodino, la aprì. Prese il borsellino e, con il pollice e l’indice della mano destra, girò le due testine dell’apertura facendole schioccare con un suono metallico che faceva prevedere un ricco dono. Lo aprì, me lo avvicinò davanti agli occhi e candidamente mi disse:  
«Mi sono finiti tutti gli spiccioli, vedi…? Però ti posso dare tre mandarini.»
Fatti gli auguri, accettai i mandarini e salutai.  
E così fu con il secondo parente, poi con il terzo, con il quarto, sino agli ultimi parenti di grado indefinito.
Quella mattina, nella mia tasca, nemmeno una lira risuonò nella desolazione di un pantalone tirato a lucido per il Primo dell’Anno; ma in compenso un paio di chili di mandarini allietarono la tavola di casa mia.
E fu proprio allora che compresi — o forse l’ho capito solo molti anni dopo — che il valore di un dono non sta mai nella sua utilità o nel suo prezzo. Una moneta si spende e scompare, un mandarino invece rimane: nel profumo che riempie la stanza, nel gesto semplice di chi te lo porge, nel ricordo che si lega per sempre a quel momento.  
Il denaro passa, un mandarino resta. Resta come resta un affetto: piccolo, umile, ma capace di scaldare il cuore più di qualunque ricchezza.
I miei fratelli? Beh… lasciamo stare.
Naturalmente è una storia inventata di sana pianta, nella quale però rimangono i ricordi più belli della mia Grotte, dei miei familiari più cari — sino agli ultimi gradi non ben definiti — degli amici che ci sono ancora e di quelli che non ci sono più, e di tutte le persone che mi sono vicine e che mi vogliono bene.  
A tutti voi voglio fare i miei più cari auguri di Buon Anno.

Carmelo Rotolo

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