Ritorno in via Madonna delle Grazie

Dal viale Madonna delle Grazie, tornai a camminare dopo tanti anni lungo quella strada che avevo lasciato alle spalle da ragazzo.

Ogni passo sembrava risvegliare un frammento sopito, come se il tempo, invece di cancellare, avesse solo nascosto sotto la polvere i ricordi più tenaci.

Giunto all’altezza di via Giovanni XXIII, mi fermai a guardare la stretta via che saliva verso l’Ecce Homo.

Un richiamo forte, intimo, familiare sembrava attirarmi in quei pochi metri d’inizio via, tutt’uno con l’ambiente circostante, in un turbinio di emozioni senza tempo.

I colori viola delle azalee da un lato e il giallo caldo dei muri di tufo arenario delle case dall’altro, con la lunga fila di balconi che da entrambi i lati della strada si protendono verso l’interno, sembravano prendermi prepotentemente per mano, guidandomi.

Salito all’altezza del numero dieci, vidi che tutte le imposte erano serrate; qua e là zaffi di fili d’erba secca uscivano dai pochi vasi rimasti sui balconi, in alto, mentre lunghe ragnatele coprivano le imposte.

Mi avvicinai alla porta d’ingresso e, come richiamato da ombre del passato, accostai l’orecchio alla porta cercando ripetutamente suoni antichi, mai del tutto dimenticati.

E mi parve di sentire le note del piano di mamma che bonariamente insegnava:

Do mi do mi sol mi do 

fa re fa re mi sol fa 

re do mi do…

E in quell’istante, mentre le note immaginate si scioglievano nell’aria ferma, sentii tornare a me il calore di un tempo che non sapeva ancora di essere passato.

Rividi le mani di mamma, pazienti e ferme, guidare le mie dita esitanti sulla tastiera, e il suo sorriso lieve che sapeva incoraggiare senza parole.

In quella casa silenziosa, ormai spoglia di voci, mi parve di ritrovare per un attimo il bambino che ero stato, con il suo stupore intatto e la sua fiducia semplice.

Rimasi così, in ascolto, lasciando che quel ricordo mi attraversasse come una carezza antica, grato per ciò che resta, anche quando tutto sembra svanire.

Poi distolsi lentamente l’orecchio dalla porta e rimasi un momento immobile, con il ricordo ancora vivo che mi pulsava dentro.

Quando mi voltai, la strada mi apparve la stessa di sempre eppure diversa, come se quegli anni lontani mi avessero restituito qualcosa che non sapevo di aver perduto.

Ripresi a camminare piano, con il passo tranquillo di chi porta con sé un bambino che non c’è più, ma che continua a camminargli accanto, silenzioso, fedele, in ogni ritorno.

Ai miei genitori, con immutato affetto.

©Carmelo Rotolo 2017

©Carmelo Rotolo 2026

Commenti

  1. Commovente ed emozionante. Bravo Carmelo, fai sempre vibrare le corde dell’anima con la tua sensibilità

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  2. Un ricordo che emoziona...

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  3. Ciao Carmelo. Stessa cosa per me quando l'ultimo genitore lascia la casa. Quel focolare domestico che fino ad ieri era riscaldato dal pentolino per fare la minestra. Oggi si chiude definitivamente. Il frigorifero con la frutta, un po' di avanzi dei giorni prima. Si chiude il sippario ed a me mi si stringe il cuore😭😭😭😭

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  4. Risposte
    1. Hai perfettamente ragione. Meno male che ci sono i ricordi a tenere viva la memoria ci ciò che è stato.

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