L'ombra del Gufo. Un mito, una leggenda. La storia rivive nel bosco.

 

NOTA DELL’AUTORE

Questo racconto nasce da una domanda semplice: come si può raccontare Socrate senza imitarlo?  La risposta è arrivata lentamente, come arrivano le cose che non si cercano: trasformandolo.  Non in un eroe, non in un martire, ma in un animale del bosco. Un gufo.  Un essere che vede nel buio, che ruota la testa per guardare da più angolazioni, che non teme la notte perché la abita. Ho scelto gli animali perché la filosofia, prima di essere un discorso, è un istinto: un modo di muoversi nel mondo, di annusare l’aria, di ascoltare ciò che non fa rumore.  E perché gli animali, a differenza degli uomini, non fingono.  Sono ciò che sono.  E Socrate, in fondo, era così: un essere che non sapeva fingere. Questo libro non vuole riscrivere Platone.  Vuole soltanto ascoltarlo da un’altra angolazione, come si ascolta un’eco che rimbalza tra gli alberi.  L’Apologia, il Critone e il Fedone sono tre dialoghi che parlano di giustizia, amicizia, coerenza, morte e luce.  Io ho provato a tradurli in un linguaggio che mi è più vicino: quello delle immagini, dei simboli, dei gesti lenti. Il bosco è diventato il luogo dove tutto accade.  Gli animali, le loro voci, i loro silenzi, sono diventati i personaggi.  E Socrate è diventato un gufo che non muore, ma si trasforma in ciò che è sempre stato: un modo di guardare. Se questo racconto riuscirà a far sorridere, a far pensare, o semplicemente a far respirare un po’ più lentamente, allora avrà compiuto il suo piccolo compito.  Perché la filosofia non è una dottrina: è un passo nel buio con gli occhi aperti. E la luce, come dice il gufo, non è dove guardiamo.  È nel modo in cui guardiamo.

📖 Tempo di lettura: 12 minuti

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Commenti

  1. Bellissimo racconto. Come sempre il migliore.

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  2. E così, dopo una lettura istruttiva, narrata come sempre con uno stile descrittivo eccelso, riproponi in chiave faunistica il processo a Socrate del 399 A.C. … e mi ritrovo nel punto chiave della sua filosofia: so di non sapere! Chapeau Carmelo!
    Lucia

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    1. Grazie Lucia.., del complimento. Sono contento che ti sia piaciuto e che hai ritrovato quello spunto filosofico così caro alla cultura classica scolastica.

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  3. Così ha commentato il racconto, in un messaggio personale, Carmelo Arnone, Editore e giornalista del giornale online Grotte.info: "Carissimo Carmelo,
    come i tuoi precedenti, anche questo racconto è una piccola perla: propone la filosofia di Socrate in modo semplice e poetico, avendo come protagonisti gli animali del bosco. È un testo che tocca il cuore e fa riflettere sulla verità e sulla coerenza. Coinvolgenti le scelte. Socrate come un gufo, che vede nel buio, rende l'idea della sua saggezza. Gli accusatori, un gallo vanitoso o un lupo aggressivo, rendono la storia vivace. Poi c’è da dire che utilizzi parole chiare e immagini accattivanti (la "pozione dell'ombra" per indicare la cicuta). Il tuo racconto non parla solo di un processo; insegna che la vera luce non è fuori di noi, ma nel modo in cui scegliamo di guardare il mondo. Potremmo dire che è - a modo suo - un inno alla libertà interiore e alla forza del pensiero.
    Più racconti, più riflessioni, più pensiero, meno guerre. 🤗"

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  4. Ho ricevuto e integralmente pubblico una recensione al racconto da parte dell'Amico e Collega Zambianchi attivo lettore dei miei racconti e assiduo frequentatore del mio Blog: Chiunque si accingesse a leggere lo scritto di Carmelo Rotolo “L’ombra del Gufo” in modo superficiale e veloce, troverebbe sicuramente il racconto come una semplice e ridotta trasposizione nel regno animale, dell’opera più affascinante di Platone dedicata al processo a Socrate. Io non la trovo una mera trasposizione ambientale bensì un’attenta e sottile analisi in cui la costruzione tridimensionale della vita e dei sentimenti, a volte euforici sia nel bene che nel male, indica come l’essere umano vada ad interagire con i propri simili. Vengono sì utilizzati gli animali del bosco, ma non per semplicità descrittiva bensì per le caratteristiche comportamentali acquisite per natura da alcuni di loro, fermo restando che gli animali in realtà non complottano, non mentono, vivono esprimendo una schiettezza a volte glaciale, ma sempre naturale e spontanea credendo cioè pienamente in quello che fanno. Il Gufo, il grande saggio che legge il buio della notte restando per ore appollaiato sui rami di un grande albero, dialogando con ombre che solo lui può percepire, immerso nel “The sound of silence” alla Paul Simon, in quel silenzio disturbato dai suoni accusatori dell’ipocrisia e della gelosia che lui rifiuta di controbattere, sa trovare il coraggio di alzarsi in volo e attraversare il bosco in un attimo per adempiere, con coerenza e senza fughe, al compimento del proprio destino. Questa sua vita mi evoca una frase pronunciata da D’annunzio nell’agosto del 1916 dopo la conquista del Monte Sabotino da parte del battaglione Toscana avvenuta con un’impresa fulminea in una sola notte “ Fu come l’ala che non lascia impronte, al primo grido avea già preso il monte”. Questo monte, rapportato al Gufo, rappresenta il suo scibile, un insieme di apprendimento, esperienza, coerenza, curiosità e umiltà che solo un pensatore come lui, nel racconto, può raccogliere e inglobare nel proprio modus vivendi e cercare di insegnarlo agli altri animali del bosco con la differenza che la sua ala, silenziosa e rapida che non ha lasciato impronta nei suoi denigratori, un’impronta pesante l’ha invece lasciata ai posteri. Il “Nemo propheta in patria” non è mai calzato a pennello come in questo racconto. La dantesca “invidia, morte comune de le corti vizio” pronunciata da Pier delle Vigne nel XIII canto dell’Inferno, si esprime completamente nella “Corte del bosco” per l’incapacità dei suoi componenti di saper gestire con valide ragioni il confronto con il Gufo sapiente. Invece di imparare, di acquisire e ragionare, il sentirsi nettamente inferiori all’accusato trasforma una possibile fonte di ricchezza in un pericoloso demone da eliminare. E tutto in mezzo a capre intellettuali “per dirla alla Sgarbi” e a pecore che come Ponzio Pilato se ne lavano le mani. I pochi amici veri sono più attoniti che incisivi e si riscontrano spesso anche nella vita comune. (SEGUE SECONDA PARTE)

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  5. SECONDA PARTE: Questa esperienza di voluto affossamento mentale (di chi capisce un po’ di più) da parte della società degli animali del bosco, la si riscontra quotidianamente anche nella vita comune. Una finta libertà che ti lascia andare al cinema, ma che ti viene bloccata se cerchi di staccarti dal sistema, anche se sollevi un dubbio ragionato. Un processo, quello a Socrate, che si perpetua giornalmente da centinaia d’anni, ancor più presente ai giorni nostri. Nel racconto “L’ombra del Gufo” Carmelo Rotolo mi ha fatto notare, nel suo reinterpretare Platone, che nella corte del bosco, luogo isolato e protetto dalla natura, in realtà si nascondono tutti i difetti e le negatività di una società che ha paura delle diversità intellettuali, politiche, individuali e religiose, che dall’epoca di Socrate fino ai nostri giorni, sono purtroppo sopravvissute nascoste nella macchia ma che hanno preso coraggio manifestandosi ora più che mai. Un grazie Infinito a Carmelo per ricordarci con il suo bellissimo racconto di mantenere sempre alto il senso del proprio ideale, senza compromessi, senza se e senza ma. La vita non è ciò che è, ma è ciò che si vuole vivere. D’altro canto, come nel Fedone, ognuno di noi deve un gallo ad un Asclepio di turno. Ricordiamocene sempre.
    Un racconto affatto superficiale e ben ponderato, da leggere sicuramente e su cui riflettere molto. Quattro amici al bar alla Gino Paoli, non cambieranno il mondo, ma tanti amici in tanti bar potrebbero innalzare un coro che sicuramente riuscirebbe a farsi sentire anche nella nascosta e ignorante Corte del Bosco.
    Bravo Carmelo

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