Platone l'incerto (1Parte)
“Platone l’incerto”
Prologo
Sfogliando qua e là tra gli innumerevoli libri che affollano la mia libreria, ho riscoperto un appunto scritto a matita circa dieci anni fa. Evidentemente, notando alla fine del volume quelle tre o quattro pagine vuote, avevo pensato bene di riempirle con ciò che nella mia testa ritenevo utile ricordare, ed ora farle conoscere a voi. Un racconto irriverente che ha come protagonisti proprio i personaggi del libro, con l’aggiunta di qualche intruso d’obbligo inserito per creare la narrazione. Personaggi realmente esistiti il cui nome e la loro storia si perde nei secoli passati, ritornando oggi reali per il mio ed il vostro divertimento. Il libro è una vecchia edizione dell’Apologia di Socrate, una di quelle edizioni con la copertina cartonata che tanti anni addietro veniva allegata ai quotidiani.
Devo dichiarare a mio discapito che l’argomento da me esposto è stato trattato e ritrattato in più di 2500 anni da una quantità esorbitante di studi seri e meno seri; quindi, ci tengo a dire che nulla di nuovo sto per raccontare se non la mia personalissima versione di un fatto probabilmente mai accaduto e che si potrebbe benissimo configurare come fantasioso e bizzarro, nato esclusivamente dal mio amore per la lettura dei classici e soprattutto per il libro L’Apologia di Socrate citato sopra, e a cui sono particolarmente affezionato; ricordi, ricordi, ricordi.
Quel giorno in cui Platone inciampò sull’ amore.
Non quel concetto di amore filosofico che sino dalla sua nascita, avvenuta nel settimo giorno del mese di Targellione, ossia alla fine di maggio del 428 a.C., tante vittime ed incomprensioni ha fatto e continua a procurare, e che tutti noi conosciamo come Amore platonico, ma proprio nel senso figurativo del termine: Mettere il piede in fallo, cadere.
Era il quindicesimo giorno del mese di Pianepsione, durante le feste in onore di Apollo, per l’esattezza tardo pomeriggio che Platone si era deciso ad onorare l’invito a cena di Santippe moglie di Socrate, la quale per l’occasione aveva invitato Aspasia di Mileto con lo scopo di far conoscere i due giovani e fare un dispetto al marito, che da qualche tempo ormai ronzava attorno alla nobile giovane ed avvenente milese.
Platone si presentò a casa di Socrate prima dell’ora stabilita, volendo discutere con il maestro alcune questioni inerenti al malcostume che imperava tra i giovani ateniesi e il rapporto di essi con i loro genitori.
Tutto iniziò una mattina, ed esattamente il primo giorno del mese di Ecatombeone, durante l’inizio dei giochi Panathenei, quando Socrate e Santippe, salendo la stretta via che dal Foro ateniese porta verso la loro casa, si dovettero fermare a soccorrere una giovane fanciulla il cui sandaletto si era incastrato all’interno di una fessura tra due grossi ciottoli, procurandole la distorsione della caviglia e la rottura dei laccetti del sandalo stesso.
Socrate si chinò verso la giovinetta, delicatamente tolse il piede dalla fessura, strappò il sandalo dalla crepa e l’aiutò a sedersi per terra. Chiese a Santippe di allungare il passo verso casa e ritornare con dei sandali da far indossare alla povera fanciulla. Santippe si avvide con quanta delicatezza e dolcezza il marito teneva e massaggiava la caviglia della sfortunata fanciulla e da donna animosa qual era lo fulminò con un’occhiataccia. Socrate, nonostante conoscesse il carattere acre della moglie e le conseguenze che avrebbe subìto da Santippe, donna astiosa, insopportabile e bisbetica, non solo continuò a sostenere la fanciulla, ma toltosi l’himation dalle spalle, lo piegò su sé stesso e lo adagiò per terra invitando la giovane a sedervisi sopra. -Così è più comoda e avrà meno male, in attesa del tuo ritorno! - Disse rivolgendosi alla moglie, che rossa in viso, sistemato il leggero mantello a coprire il capo e il volto si era già avviata a passo sostenuto senza dire una parola.
Socrate era seduto sulla panchina a lato la porta d’ingresso della casa quando vide Platone affannarsi lungo la salita. Platone affrettò il passo. Raggiunto il maestro, questo lo salutò: -Sii lieto. L’allievo ricambiò: -Sii lieto anche tu Maestro.
Era la prima volta che Platone si recava a casa di Socrate, normalmente il maestro intratteneva i suoi discepoli presso l’Agorà della città, dove l’ampio colonnato e gli ampi spazi gli davano un maggior senso di libertà di pensiero a contatto della natura. Ma questo era un invito di cortesia e per di più fatto dalla moglie.
La casa costruita leggermente in salita, aveva una pianta quadrata e tutte le stanze si aprivano su un portico interno preceduto da un cortile e da un vestibolo. Il portico interno era orientato in pieno mezzogiorno. -Vedi, disse Socrate tirando a sé la porta dell’ingresso e facendo entrare Platone, che incuriosito guardava il gioco di luci e ombre che ogni angolo del porticato proiettava sul lastricato interno, -il sole si infiltra negli appartamenti d'inverno, lasciandoci in ombra d'estate, perché passa sopra le nostre teste, così rimane caldo d’inverno e fresco d’estate. Entrati, Socrate indicò il salotto collocato a nord, e l’androon destinato agli uomini dove si tenevano i banchetti. Gli altri locali: la sala da pranzo per tutta la famiglia, la camera nuziale, l'appartamento delle donne, la sala da bagno erano distribuiti sui lati, tranne la cucina che si trovava in uno spazio esterno attiguo alla casa. Platone annuiva, turbato e distratto; dentro di sé cercava una risposta a questo strano invito così inusuale, a casa del maestro e invitato da Santippe. Non era mai successo che un allievo, anche se prediletto venisse invitato a cena per discutere di filosofia o di politica. Che Santippe si interessasse di filosofia o della gestione della cosa pubblica? O semplicemente era preoccupata per le voci insistenti sul vagabondare quotidiano del marito? Egli d’altra parte, era talmente preso dalle proprie ricerche filosofiche a tal punto da disinteressarsi di ogni altro aspetto della vita quotidiana, tra cui anche l'affetto per Santippe e per i figli, finendo per condurre un'esistenza quasi peregrina. Che Santippe fosse preoccupata delle dicerie sul maestro, del fatto che partecipava a quasi tutti i simposi che si tenevano in città e che ne veniva fuori quasi sempre completamente ubriaco? Ciò lo rendeva inquieto e Socrate notò questa sua irrequietezza. -Cos'è che rende le tue mani tremanti ed il viso cupo ed interrogativo? Di certo non sono io a crearti questo stato di turbamento, almeno spero! Sarei un cattivo maestro se incutessi un così tanto timore tra i miei discepoli! -No Maestro rispose Platone, -in verità sono grato a Santippe per l'invito e l'ospitalità che sicuramente saranno ineccepibili ma ne convieni che ciò è inusuale! -Capisco perfettamente le tue preoccupazioni, rispose Socrate, -ma voglio sgombrare il tuo cuore da ogni preoccupazione e dirti che ha invitato a cena anche Aspasia di Mileto con lo scopo, credo, di farvi conoscere; quindi, allontana dalla tua mente ogni preoccupazione e godiamoci appieno questa serata e che il fuoco sacro di Estia possa avvolgere benevolo voi e la mia famiglia.
Aspasia era arrivata ad Atene da poco tempo e già si era fatta notare per la sua bellezza ed indipendenza. Intelligente ed in grado di conversare con le migliori menti di Atene su ogni tipo di questione con chiunque si intratteneva, aveva attirato l’attenzione di Socrate sin dal giorno dell’incidente, e per onorarlo della gentilezza avuta nei suoi confronti era andata a trovarlo durante una sua lezione presso l’Agorà, suscitando l’ammirazione e l’invidia dei giovani discepoli e creando un certo imbarazzo per la licenziosità del gesto.
Altre volte Aspasia si recò presso l’Agorà, ed ogni volta discusse di filosofia e di politica con Platone, Senofonte, Antistene, Euclide e con lo stesso Socrate, tenendo testa ad ogni argomento trattato con domande e risposte argute e pronte. E anche Socrate non sdegnò numerosi incontri a casa di Aspasia, e tante volte ebbe a suggerire ai suoi discepoli di frequentarla per la sua intelligenza ed abilità nel dare consigli, e agli amici di portare le loro mogli, poiché le conversazioni con Aspasia erano delle vere e proprie lezioni di magniloquenza. E ciò non passò inosservato agli invidiosi, e soprattutto alla vedova Myrto che prontamente informò Santippe di questa nuova discepola: -Quella straniera, concubina ed etéra, che ha il permesso di partecipare alla vita pubblica della città!
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