Il piccolo Francesco,istriano d'Italia.

Volevo aggiungere un breve incipit a questo racconto, ma non ho avuto il coraggio. Lasciarlo così, come le mie orecchie lo hanno sentito e il mio cuore lo ha interpretato scrivendolo, mi è sembrato rispettoso della dignità di chi lo ha raccontato.

Il piccolo Francesco, istriano d’Italia.
Questa mattina tutta la costa occidentale dell’Istria, tra Rovinj e Porec, è baciata dai primi raggi di sole di questo incerto mese di febbraio. La vista dalla collina di Vrsa è veramente magnifica; tutto l’arcipelago con le sue bellissime isole, isolotti ed insenature si adagia sul manto blu del mare, appena mosso da una leggera brezza marina, arricchito da riflessi verdognoli delle folte pinete soprastanti…… 
Francesco ad agosto compirà ottantatré anni, non immagina minimamente ciò che la sua mente e il suo stato d’animo stanno per subire. Lui, uomo forte, sofferente nella difficoltà a gestire i movimenti dei suoi muscoli, ma integro d’intelletto, di lì a poco si commuoverà e ci commuoverà, regalandoci il ricordo personale e tragico di una delle più buie e vergognose pagine della nostra storia.
Così inizia il suo racconto: Sono nato ad Orsera (Vrsa) nell’agosto del 1940. Nel luglio del 1943 l’itera Croazia viene occupata dai tedeschi. Nel 47 la città fu incorporata nella Repubblica Popolare di Croazia, parte dello Stato jugoslavo e da lì in avanti iniziò quello che tristemente viene definito l’esodo giuliano dalmata o esodo istriano, che portò me, la mia famiglia e circa 300000 persone ad una emigrazione forzata verso l’ignoto. Si, adesso vivo in Piemonte, ma non sono piemontese, lo sono diventato, e per avermene dato la possibilità l’ho sempre ringraziato, e continuo a farlo ogni giorno che passa…
Francesco ha gli occhi lucidi, gonfi di lacrime, la sua voce a tratti e possente, vibrante, il suo viso è arrossato dall’enfasi e dall’emozione; a stento controlla l’agitarsi delle mani e il ticchettare dei piedi che smorzano Il silenzio dell’intera platea. È un fiume di emozioni quello che esce dalla sua anima, e noi non lo tratteniamo. Nessun argine abbiamo posto tra noi e il defluire di queste acque agitate che ci inondando come uno tsunami a ciel sereno. 
Francesco si accorge di ciò, si ferma, vorrebbe continuare, e per qualche minuto riprende il racconto; poi basta. I suoi occhi scrutano i nostri, qualcheduno in fretta  si asciuga qualche lacrima, qualche altro deglutisce rumorosamente, qualcuno agita rumorosamente la sedia, facendo finta di sistemare qualcosa che è già a suo posto. 
Francesco vuole chiudere l’incontro, è visibilmente scosso, ma sereno, di una serenità lunga ottantatré anni, cita la sua famiglia, i suoi adorati nipoti, che ama più della sua stessa vita.
Alza la mano, accenna ad un ultimo racconto:
Avevo tre anni ed era il mese di ottobre, quando i tedeschi occuparono l’Istria.  Cosa ne capivo allora della guerra, dei nazisti, e di tutte le lordure che sarebbero capitate di lì in avanti. Ero un bambino felice, e come tutti i bambini, correvo su e giù per le viuzze tortuose di Orsera, alla scoperta di luoghi magici dove poter costruire i sogni e le avventure che tutti i bambini hanno: La cisterna istriana sul belvedere, i Leoni di San Marco sulle porte della città,  le due palle di cannone sparate dalle navi inglesi, all'inizio del XIX secolo durante l'occupazione francese dei napoleonici, e tanti altri posti magnifici che la mia mente elaborava come fantastici ed immaginari luoghi di altri mondi. Quella mattina insieme a mio padre, passati a lato la piccola Chiesa di Santa Fosca, ed attraversati frettolosamente il belvedere più antico del borgo, con la bellissima vista sull’isola di San Giorgio, ci trovammo, mano nella mano, direttamente all’imbocco della Piazza Principale. A pochi passi da noi il Palazzo Municipale. Dalle stradine adiacenti una mandria di pecore attraversava la piazza.  Due soldati tedeschi si avvicinarono con il mitra spianato, urlando qualcosa di incomprensibile, dal tono minaccioso. Piangevo, urlavo. Improvvisamente uno di loro afferrò il bavero della ciacca di mio padre, tirandolo verso di lui. Non capiva cosa volessero, e più cercava di spiegare che eravamo lì semplicemente per una passeggiata, più loro urlavano e lo strattonavano. La mandria di pecore aveva riempito quasi tutta la piazza, quando uno dei soldai lo afferrò per il braccio allontanandolo da me, e trascinandolo poco più avanti. Mi spinse di lato, mentre le pecore riempivano disordinate ogni angolo dello spiazzo. Enormi, grandi ammassi di lana puzzolente mi avevano fatto perdere di vista mio padre, che lentamente veniva portato via. Gridavo, e piangevo come solo un bambino di appena tre anni sa fare, quando gli viene a mancare la presa forte della mano paterna. Maledette pecore, adesso vedevo solo loro e sentivo la puzza, che tremenda ammorbava tutta l’aria. Papà..., papà..., papà. Solo pecore e pecore e pecore….
Papà venne rilasciato dopo qualche giorno; che ne sapeva lui di politica, che ne sapeva lui di cose di guerra, eravamo lì solo per una passeggiata.  
Ero un bambino allora, mai avrei immaginato che sarei diventato adulto prima del tempo.
Che dire di più….
Grazie Francesco

Carmelo Rotolo      
Febbraio 2023

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