“I Vespri Siciliani e il segreto nel seno della sposa: una rilettura di Giuseppe Pitrè”.
Chi era
Giuseppe Pitrè?
Prima di addentrarci nei fatti, è doveroso spendere
due parole su chi ci accompagna in questo viaggio nel tempo. Giuseppe Pitrè
(1841-1916) non fu solo un medico palermitano, ma il più grande raccoglitore di
tradizioni popolari siciliane. Con una curiosità instancabile, dedicò la vita a
trascrivere fiabe, canti, proverbi e usanze che rischiavano di scomparire. La
sua opera monumentale è una miniera d'oro per chiunque voglia comprendere
l'anima profonda dell'Isola: non la storia dei re e dei trattati, ma quella del
popolo, fatta di gesti quotidiani, credenze e, come vedremo, di un indomito
senso dell'onore.
Quel lunedì 31 marzo 1282, giorno di Pasquetta...
Oggi voglio raccontarvi — o meglio, ricordarvi — un
episodio della nostra storia passata, forse troppo poco menzionato alle nuove
generazioni, ma che ha cambiato il corso della Sicilia. Desidero farlo a modo
mio, come mi è più congeniale, pur mantenendo intatta la storicità dei fatti
principali. Questo racconto nasce quasi per caso. Stavo leggendo un capitolo di
“Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano”, raccolti e
descritti da Giuseppe Pitrè (Volume Primo, pubblicato a Palermo il 19 marzo
1889). Proprio nel primo capitolo, intitolato “Il Carnevale”, l'autore parla
delle restrizioni imposte dai bandi senatoriali per frenare gli abusi a cui si
abbandonavano "pazzamente" le cosiddette maschere. Più andavo avanti
nella lettura, più lo scritto mi incuriosiva: «A piedi o a cavallo le maschere
portavano sempre qualche arma offensiva in mano: una frusta, uno staffile; e
nell'andare menavano botte a destra e a sinistra senza guardare a chi ed a
come. Era un divertimento più che salato anche come scherzo; figuriamoci come
ragione di malevoglienza. Spesso delle nerbate da orbo fioccavano inattese sul
postiglione d'uno spensierato spettatore, e pareggiavano i conti tra due nemici
a compimento d'una vendetta lungamente agognata. Il travestimento era una bella
occasione per penetrare impunemente nelle case, e permettersi ciò che né la
rigidezza dei costumi del nostro popolo permetteva mai, né la severità delle
leggi lasciava mai impunito».
Uno di questi bandi, risalente ai tempi del Viceré
Ettore Pignatelli (1519), permetteva le maschere solo se senz'armi, pena la
relegazione o "quattro tratti di corda". Per chi, armato, le avesse
sfoderate, era prevista la mutilazione della mano; per chi feriva, la pena di
morte. Tali proibizioni furono poi estese anche alle donne, vietando non solo
le armi, ma anche lo "stracanciarsi" (travestirsi) in assetto
di guerra e l'entrare nelle case dopo il Vespro.
A questo punto, attenti lettori, vi chiederete: cosa c'entra tutto questo con l'inizio del racconto? Quel lunedì di Pasquetta, 31 marzo 1282...
Da qui in avanti, lascio la parola a Pitrè:
«Di questa disposizione, estesa anche alle donne, do una spiegazione mia... L'uomo del nostro popolo, che non può, per divieto della Giustizia, portare armi addosso, uscendo in tempi sospetti con donne, ed essendo in pericolo d'averle trovate addosso, o le butta per terra, o le porge alla donna che ha a lato, la quale, com'è e fu sempre abitudine delle donne siciliane, se le nasconde in seno. In questo senso io saprei spiegarmi la proibizione anche alle donne.
Nella storia del Vespro Siciliano a me non ha potuto mai andar giù che Droghetto, cosciente della esasperazione d'animo dei Palermitani, solo per libidine avesse osato di metter disonestamente le mani addosso alla giovane sposa in presenza dello sposo e di altri uomini... Io credo, e creder credo il vero, che la cosa andasse invece diversamente. Il governo angioino avea ordinato il disarmo... Ma i Palermitani, ridotti con le spalle al muro, non poteano stare senz'armi.
Ecco il 31 marzo 1282, anniversario della consacrazione della chiesa di S. Spirito fuori Palermo. I Palermitani vi andavano numerosissimi e festanti. Era tra essi la coppia di sposi che tutti sappiamo; e certo lo sposo non sarà stato da meno degli altri nel tenersi ben armato. Chi sa che, vista la mala parata, non abbia egli porto nascostamente alla sposa l'arme, e la sposa se la sia nascosta in seno! La cosa non sarà stata fatta così delicatamente da non accorgersene un soldato angioino; e da qui Droghetto che caccia le mani addosso alla sposa, con quel che segue. Questo io penso: e se la cosa non è vera, è almeno molto verisimile».
Quel giorno passò alla storia come l'innesco della
rivolta contro la “mala signoria” dei Francesi. Fu una sollevazione
popolare sanguinosa che determinò la cacciata dall’Isola di un dominatore
straniero particolarmente inviso al popolo siciliano.
L’Eredità dei
Vespri oggi
Oggi, a distanza di oltre sette secoli, l’eco di quel
lunedì di Pasquetta non si è ancora spento. I Vespri Siciliani non furono solo
una sommossa, ma l’atto di nascita di una coscienza nazionale isolana. La
nostra attuale bandiera giallo-rossa nacque proprio in quei giorni dall'unione
dei colori di Palermo e Corleone.
Ricordare oggi quel 31 marzo attraverso le parole di
Pitrè significa onorare le nostre radici e capire che la storia è fatta anche
di dignità profonda e di quel coraggio improvviso che nasce quando si tocca il
limite della sopportazione.
Ho lasciato intatte alcune espressioni originali come
segno di doveroso rispetto verso l’opera e l’Autore, a cui noi tutti — e noi
siciliani in particolare — dovremmo dire un sentito grazie.
Carmelo Rotolo
2026 Bressana Bottarone

Grande Carmelo... Non conoscevo questa storia.
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